mercoledì 28 dicembre 2011

Il toccante viaggio nell’anima dell’uomo che ha sconvolto il Web e che continua a lasciare il segno in Tv, in Radio, sui Giornali come un messaggio s




Scopriamo chi è e da dove arriva ‘Cosmo de La Fuente’, da qualche anno catalizzatore del pubblico italiano.
Nei primi anni Ottanta il settimanale ‘Gente’ gli dedicò un bellissimo articolo intitolato –Il sogno italiano del piccolo Carlos – Altri non era che il nostro, ormai celebre Cosmo de La Fuente. Lo incontriamo, per nostra scelta, nel suo habitat naturale, nel locale simbolo del suo passaggio italovenezuelano, il ‘Sabor Tropical’ di Villar Dora, vicino Torino.
Chi era il piccolo Carlos e cosa resta di lui?
Cosmo: il piccolo Carlos sono io, resterò per sempre quello. Confesso di essere affetto della Sindrome di Peter Pan e di continuare a vivere di emozioni semplici, anche perché, nonostante i mille mestieri che mi sono inventato, non sono mai riuscito a fare i soldi. In realtà non mi ha mai affascinato la ricchezza. Amo il sole, i sapori, i profumi e i ricordi del mio paese, il Venezuela.
Cosa ti ha lasciato il segno di tutti i tuoi mestieri?
La musica ce l’ho nell’anima; l’arte in generale, ma è il mio Sabor ad occupare uno spazio importante nel mio cuore, perché insieme a tutti i venezuelani e gli italovenezuelani vivo un momento molto particolare che rischia di farci soffrire non poco a causa della situazione politica di Caracas. Per colpa di Chavez.
Sei anche giornalista e scrittore, hai parlato spesso del presidente venezuelano
Mi è stato richiesto di parlare di lui, articoli su commissione, non ho potuto parlarne bene, ovviamente. All’inizio ho creduto in quest’uomo che parlava di sano socialismo, poi mi sono reso conto che era la nostra libertà di pensiero e di parola ad essere minata. Scomparendo la nostra televisione più amata “Radio Caracas Televisiòn” ho capito che i tempi sarebbero peggiorati molto. Così è stato. Non possiamo far finta di niente e chi ha la fortuna di avere amici pronti a leggere quello che si scrive, ha il dovere di informare onestamente. In Venezuela si vive ormai sotto un regime che non ha prodotto nessun benessere, ovviamente. La gente è sempre più povera e il pericolo di rapina è altissimo. Solo a Caracas ogni week end vengono assassinate dalle 60 alle 80 persone.
Cos’era il tuo Venezuela?
Era il mio paese, dove sono nato e cresciuto. Dove a Natale mangiavamo le ‘hallacas’ e andavamo al mare. I profumi, i colori, i sapori e la mia gente, sempre nel cuore.
Anche qui so che si preparano le hallacas, al Sabor Tropical. Sei considerato, nelle guide delle Cucine Etniche, un grande Chef.
Me la cavo diciamo. Prepariamo tutto quello che fa parte della cucina venezuelana e tutti i venezuelani che vivono in Italia possono avere : hallacas, empanadas, caraotas negra, platanos, ecc. Non dobbiamo dimenticare le nostre tradizioni, mai.
I tuoi successi musicali, come ‘Bailando Meneaito’ e ‘Tormento de Amor’, sono ancora famosi in tutto il mondo, nelle feste si ballano e trasmetti tanta allegria. Il tuo libro ‘Ancora una volta ho perso il treno’ di cosa tratta?
Le mie canzoni sono festa, perché noi venezuelani siamo la festa con la F maiuscola. Nel mio libro ci sono le mie emozioni e i miei pensieri. Belli, brutti, felici, tristi. Attraverso le mie parole ho cercato di mostrare quello che sono dentro e la gente ha recepito. Sono quello che appaio. Non mi interessa essere diverso.


Perché vieni definito ‘l’artista che ha sconvolto il Web’?
Il mio editore ha voluto sottolineare il fatto che molti si sono scandalizzati perché, in passato, ho sostenuto che anche il padre può occuparsi dei propri figli. Mi urtano, infatti, i luoghi comuni che vedono il padre, in quanto maschio, come un incapace.
Hai dato un apporto non indifferente alla causa dei padri separati
Si e ne vado fiero. Un padre ama quanto una madre. Ci sono genitori indegni e genitori degni, a prescindere dal fatto che siano padri o madri. Ho seguito i casi di molti uomini ridotti sul lastrico da ex mogli indispettite, che hanno anche avuto il coraggio di dichiarare, falsamente, abusi sessuali sui figli. Non che non esistano uomini sporchi, ma non possiamo certamente fare di tutta l’erba un fascio. Ogni bambino ha diritto alla bigenitorialità.
Non hai neppure fatto mistero della tua poca simpatia verso il Vaticano.
Come già detto, non sopporto i luoghi comuni. Dal Vaticano e dalla Chiesa ci giungono dogmi incredibili. Insopportabili. Tutti dovrebbero conoscere bene la storia della Chiesa Cattolica in modo da rendersi conto di quanti e gravi errori si siano macchiati i Papi di tutti i tempi, fino ai nostri giorni. Cominciando dalla caccia al non cattolico per finire all’odioso crimine della pedofilia. È vero che c’è sempre la ‘mela marcia’ ma la domanda è: - Come mai il Vaticano ha coperto i malfattori?- Mi basta questo per non avere nessuna fiducia in loro.
Sei o non sei credente?
Assolutamente si. Non sono ateo. Credo e non impongo il mio Credo. Non mi accontento di quello che mi raccontano altre persone che, come me, vivono. So che esiste un Essere Supremo, ma non conosciamo né i fini né l’organizzazione di quello che c’è oltre la vita. Non possiamo stare qui a credere di essere i detentori della verità. Basta. Queste assurde convinzioni sono la causa delle guerre nel mondo. Credo in Dio. Credo in Allah. Credo nell’aldilà.
Cosa ci riservi per il futuro?
Detta così, questa domanda, mi appare come un Comandamento. Non so cosa riserva il futuro nemmeno a me. Ho voglia di gente, di passato, di semplicità. Sono qui per chi mi ama e chi mi odia.
Si conclude così l’intervista ma, per onore al vero, voglio sottolineare che Cosmo è sicuramente un personaggio carismatico e interessante, che ha causato, in molte occasioni, accesi dibattiti. Il Venezuelano più famoso di Italia che ha portato fino a noi la cultura e il Folklore del suo Paese. Da quando, giovanissimo, ha partecipato al Festival di Sanremo nel 1986, ed era il fidanzato ragazzino di Tinì Cansino, di strada ne ha percorsa parecchia. È rimasto, però, il piccolo Carlos con il suo sogno. L’eterno bambino dai grandi occhi dolci e dal sorriso contagioso.
Il vero racconto della sua vita è all’interno del libro che lo rappresenta “Ancora una volta ho perso il treno” del quale citiamo un passo interessante, uno dei non provocatori pezzi del breve libro che racchiude emozioni infinite:
(…)Verso le 16 mi sedevo nel giardino del patio di casa, il sole era caldo e a volte soffiava una leggera brezza che faceva ondeggiare leggermente e monotonamente le foglie delle piante che erano cresciute audaci al clima tropicale. Il sole accecante mi costringeva ad arricciare il naso, erano momenti di semplice serenità che non posso dimenticare. Da lontano la musica arrivava a colorare quei pomeriggi che non avevano niente di particolare e che non sapevo sarebbero rimasti nella mia mente per sempre.
Quante volte ho ricordato quei momenti ...Moltissime, ogni volta che sentivo la rabbia impadronirsi di me. Quando il male mi costringeva a letto, lontanissimo da Caracas, migliaia di km, il mio ricordo andava a quei momenti lontani ma presenti. Il profumo dei fiori esotici mi ipnotizzava e capivo di essere un’umile creatura nel posto più recondito della Terra.
Quando finalmente mi ritrovai in Italia, nell’ombelico del mondo, dimenticai quei pomeriggi e non sapevo che presto quel semplice ricordo sarebbe ritornato fortissimo a rammentarmi di essere una piccola e insignificante creatura. Viaggiai molto, partendo da Milano andai in America e poi in Oriente e tornai ancora in Italia, ma inconsciamente udivo il richiamo di quel patio tranquillo dove le foglie ondeggiavano stanche.
Solo una volta decisi di andare a visitare quella zona del mondo che si chiama ‘Canaima’, in Venezuela, quel posto mi trasmise l’impotenza e la piccolezza del genere umano. Cosa importava cosa stessero facendo i grandi del mondo mentre passeggiavo e mi inerpicavo nella foresta amazzonica. Ero solo e sicuramente in quella zona non sarebbero cadute bombe dal cielo, certamente no.
A Caracas lavorava Chavez, in qualche modo ci stava ingannando ma come saperlo in anticipo? Soprattutto cosa importava in quel momento? Quanti anni vissuti chiusi nella gabbia di una vita stilata dal resto del mondo. La scuola, il lavoro, il matrimonio e poi trovarsi soffocati in un vortice di cose tutte sempre uguali. Sarà la mia anima indigena ma non ci riesco a vivere in questo modo.
Che bello tornare ad essere un ragazzo di strada, un po’ di musica vicino alla fontana del paese, due passi e lavorare solo per sfamarsi. La voce amica dei campesinos oppure dei miei compagni d’avventura giornaliera, dalle favelas ai grattacieli del centro. A cosa serve lottare per avere molti soldi? Meglio aspettare il Natale a Caracas, quando le donnine cominciano a preparare le ‘hallacas’ e quando le minitiendas si vestono a festa per mostrare ai turisti gli oggetti dell’artigianato locale.
Non m’importa se a vincere le elezioni sarà Romano oppure Silvio, se Bush deciderà che questa volta Chavez non la passerà liscia, non m’importa più, è ora che il fiume arrivi nel suo mare. Ho bisogno di avventura di ritrovarmi ancora a ‘Los Roques’ per calpestare la sabbia figlia del corallo, nella solitudine più assoluta e nella sicurezza di non sentirsi nessuno, niente di niente. Umile spettatore dello spettacolo fermo della natura, e se in quel preciso istante arrivasse la fine del mondo sarei pronto ad entrare nel mio mare per sparire per sempre.
Le palme ondeggianti della spiaggia di Higuerote si presentavano all’improvviso, dopo l’ultima curva a bordo della vecchia macchina americana di papà ed eccole tutte in fila, spettinate e allegre (…)

[Corinne Spennazza]
Per Mediacontact Communications

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